Violazione degli obblighi di assistenza familiare e assegni familiari: un commento a Corte di Cassazione, sezione VI Penale, sentenza n. 44765/2015

La fattispecie trae origine dalla vicenda di due genitori naturali (cioè non legati da vincolo matrimoniale). Dopo la separazione, il padre, a titolo di contributo spontaneo per il mantenimento della bambina, versava alla ex compagna, madre affidataria della figlia minore, la somma di 207,00 mensili.
Alcuni anni dopo interveniva la pronuncia del Giudice civile, chiamato a regolamentare i rapporti fra i genitori naturali separati, nell’interesse della figlia minore. Il Tribunale stabiliva che il padre dovesse contribuire al mantenimento della figlia mediante un versamento mensile pari a € 350,00.
In realtà, l’uomo da quel momento continuava a trasmettere, come già in precedenza, la somma di € 207,00; inoltre disponeva la corresponsione diretta, a favore della madre affidataria, degli assegni familiari percepiti sul proprio stipendio e ammontanti a € 137,50.
La madre sporgeva denuncia querela nei confronti dell’ex compagno per omessa prestazione dei mezzi di sussistenza, ex art. 570 c.p. Si costituiva inoltre parte civile nel processo penale.
Il primo grado di giudizio si concludeva con la condanna dell’imputato, ritenuto dal Tribunale penale responsabile del reato di cui all’articolo 570 c.p.; la sentenza, tuttavia, veniva ribaltata dalla Corte d’Appello che, escluso il dolo, pronunciava nei confronti dell’imputato sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste.
Avverso tale ultima sentenza, la Parte Civile proponeva ricorso in Cassazione. La Suprema Corte veniva chiamata ad affrontare la seguente questione di diritto: se “la somma che il genitore obbligato riceve a titolo di assegni familiari e che venga in concreto effettivamente destinata al sostentamento del minore, mediante messa a disposizione diretta del genitore affidatario, concorra o meno all’adempimento dell’obbligo di sostentamento”.
Al fine di sciogliere il quesito sottoposto, la Corte di Cassazione enunciava dapprima alcune premesse fondamentali:
1. È consolidato l’orientamento della Giurisprudenza di legittimità, nell’affermare che “eventuali elargizioni a carico della pubblica assistenza non fanno venir meno l’obbligo del genitore di contribuire al mantenimento del figlio minore”; tali contributi pubblici hanno natura “personale”, in quanto giustificati da specifiche e occasionali esigenze (ad esempio nei casi di disabilità; o di madre affidataria, compagna di un collaboratore di giustizia); in questi casi i contributi pubblici non possono coprire, neppure parzialmente, la eventuale somma stabilita dal Giudice civile a titolo di contributo mensile di mantenimento a favore di un figlio minore;
2. Diversa natura hanno invece gli assegni familiari, definiti da INPS come “prestazione a sostegno di alcune categorie di lavoratori italiani, comunitari ed extracomunitari lavoranti nel territorio italiano, il cui nucleo familiare abbia un reddito complessivo al di sotto dei limiti stabiliti annualmente dalla legge”; questi ultimi infatti, rappresentano una “prestazione generale ed astratta di sostegno al reddito familiare in ragione della presenza di minori”.
Dopo avere espresso tale precisazione, la Corte di Cassazione si concentrava sulla distinzione fra l’ipotesi di genitori legati da vincolo matrimoniale e quella di genitori naturali non conviventi.
Nei casi di genitori legati da matrimonio, precisava la Suprema Corte, si applica l’art. 211 della Legge 151/1975, a norma del quale “il coniuge cui i figli sono affidati ha diritto in ogni caso a percepire gli assegni familiari per i figli, sia che ad essi abbia diritto per un suo rapporto di lavoro, sia che di essi sia titolare l’altro coniuge”.
Al contrario, qualora i genitori separati non siano legati da rapporto di coniugio, gli assegni familiari sono destinati al lavoratore, al quale “sono corrisposti per consentirgli di far fronte al suo obbligo” di mantenimento (da ultimo Corte di Cassazione sez. VI Civ., ord. 12770/2013).
Va detto, per completezza, che anche nelle ipotesi in cui sia applicabile l’art. 211 L. 151/75, dunque qualora i genitori siano legati da vincolo matrimoniale, il Giudice può stabilire che gli assegni familiari concorrano all’ammontare del contributo per il mantenimento, esonerando, in tal modo, in tutto o in parte, il lavoratore: affinché ciò sia possibile, però, occorre una espressa disposizione giudiziale.
In conclusione, la Corte di Cassazione afferma il seguente principio di diritto:
“In assenza di diversa specifica indicazione del Giudice Civile in sede di determinazione dell’assegno di mantenimento, nel caso di genitore naturale lavoratore non affidatario l’importo degli assegni familiari destinati al figlio minore concorre ad integrare la somma alla cui periodica corresponsione lo stesso è obbligato”.
Ciò non esclude che nei casi di presenza di un vincolo matrimoniale fra i genitori e in assenza di eventuali specifiche disposizioni giudiziali civili, qualora la somma fra l’assegno di mantenimento versato dal genitore non affidatario e l’importo degli assegni familiari non sia idonea a coprire interamente la cifra stabilita dal Giudice civile a titolo di assegno di mantenimento a favore dei figli minori, sarà contestabile l’ipotesi di violazione degli obblighi di assistenza familiare. Il genitore affidatario potrà sporgere denuncia querela nei confronti del genitore obbligato e potrà costituirsi parte civile, qualora si instauri un processo penale. Il genitore obbligato che si trovi ad essere l’indagato/imputato potrà, a sua volta, difendersi dalla contestazione per assenza di dolo o per assenza della condotta materiale, dimostrando di avere correttamente adempiuto al mantenimento.
È utile ricordare (in considerazione della circostanza ben nota per la quale tali vicende processuali si inseriscono, sovente, in situazioni di difficoltà economica di uno o entrambi i genitori) che sia il genitore obbligato, che si trovi nella veste di indagato o imputato, sia il genitore affidatario, che intenda costituirsi parte civile, possono accedere al beneficio del Patrocinio a spese dello Stato, previa valutazione della sussistenza di tutte le condizioni stabilite dalla legge.

Violazione degli obblighi di assistenza familiare – omessa prestazione dei mezzi di sussistenza – assegni familiari – un commento a Corte di Cassazione, sezione VI Penale, sentenza n. 44765/2015

La fattispecie esaminata riguarda la vicenda di due genitori naturali (termine utilizzato per indicare l’assenza di vincolo matrimoniale). Dopo la separazione della coppia, il padre provvedeva a versare alla ex compagna, madre affidataria della figlia minore, la somma di 207,00 mensili a titolo di contributo spontaneo per il mantenimento della bambina.
Alcuni anni dopo interveniva la pronuncia del Giudice civile, chiamato a regolamentare i rapporti fra i genitori naturali separati nell’interesse della figlia minore: questi stabiliva che il padre dovesse contribuire per il mantenimento della figlia mediante un versamento mensile ammontante a € 350,00. L’uomo da quel momento continuava a trasmettere, come già in precedenza, la somma di € 207,00; inoltre disponeva la corresponsione diretta, a favore della madre affidataria, degli assegni familiari percepiti sul proprio stipendio e ammontanti a € 137,50.
La madre sporgeva denuncia querela nei confronti dell’ex compagno, per omessa prestazione dei mezzi di sussistenza, ex art. 570 c.p. Si costituiva inoltre parte civile nel processo penale.
Il primo grado di giudizio si concludeva con la condanna dell’imputato; la sentenza veniva tuttavia ribaltata dalla Corte d’Appello che, escluso il dolo, pronunciava assoluzione perché il fatto non sussiste.
Avverso tale ultima sentenza, la Parte Civile proponeva ricorso in Cassazione.
La Suprema Corte, dunque, veniva chiamata ad affrontare la seguente questione di diritto: se “la somma che il genitore obbligato riceve a titolo di assegni familiari e che venga in concreto effettivamente destinata al sostentamento del minore, mediante messa a disposizione diretta del genitore affidatario, concorra o meno all’adempimento dell’obbligo di sostentamento”.
Tanto premesso, è interessante ripercorrere l’iter argomentativo logico espresso in sentenza. La Corte di Cassazione enuncia alcune premesse fondamentali:
1. È consolidato l’orientamento della Giurisprudenza di legittimità, nell’affermare che “eventuali elargizioni a carico della pubblica assistenza non fanno venir meno l’obbligo del genitore di contribuire al mantenimento del figlio minore”;
2. Tali contributi pubblici hanno natura “personale”, in quanto giustificati da specifiche e occasionali esigenze (ad esempio nei casi di disabilità; o di madre affidataria, compagna di un collaboratore di giustizia);
3. In tali situazioni, i contributi pubblici non possono coprire, neppure parzialmente, la eventuale somma stabilita dal Giudice civile a titolo di contributo mensile di mantenimento a favore di un figlio minore;
4. Diversa natura hanno invece gli assegni familiari, definiti da INPS come “prestazione a sostegno di alcune categorie di lavoratori italiani, comunitari ed extracomunitari lavoranti nel territorio italiano, il cui nucleo familiare abbia un reddito complessivo al di sotto dei limiti stabiliti annualmente dalla legge”;
5. Questi ultimi infatti, rappresentano una “prestazione generale ed astratta di sostegno al reddito familiare in ragione della presenza di minori”.
Di seguito, la Corte di Cassazione introduce la distinzione fondamentale fra l’ipotesi di genitori legati da vincolo matrimoniale e quella di genitori naturali non conviventi.
Solo nel primo caso, infatti, si applica l’art. 211 della Legge 151/1975, a norma del quale “il coniuge cui i figli sono affidati ha diritto in ogni caso a percepire gli assegni familiari per i figli, sia che ad essi abbia diritto per un suo rapporto di lavoro, sia che di essi sia titolare l’altro coniuge”. Al contrario, qualora i genitori separati non siano legati da rapporto di coniugio, gli assegni familiari sono destinati al lavoratore, al quale “sono corrisposti per consentirgli di far fronte al suo obbligo” di mantenimento (da ultimo Corte di Cassazione sez. VI Civ., ord. 12770/2013). Va detto in ogni caso che (come ha precisato lo stesso Collegio) la Giurisprudenza di legittimità ha specificato che talvolta, anche nel caso di applicabilità dell’art. 211 L. 151/75, il Giudice può stabilire che gli assegni familiari concorrano all’ammontare del contributo per il mantenimento, esonerando, in tal modo, in tutto o in parte, il lavoratore: in tal caso però occorre una espressa statuizione giudiziale civile.
In conclusione, la Corte di Cassazione afferma il seguente principio di diritto:
“In assenza di diversa specifica indicazione del Giudice Civile in sede di determinazione dell’assegno di mantenimento, nel caso di genitore naturale lavoratore non affidatario l’importo degli assegni familiari destinati al figlio minore concorre ad integrare la somma alla cui periodica corresponsione lo stesso è obbligato”.
Tanto detto, bisogna allora domandarsi quali siano le conseguenze concrete di questa recente pronuncia giurisprudenziale.
In generale, si può affermare che nei casi in cui la contribuzione del genitore non affidatario, come stabilita dal Giudice civile, venga omessa totalmente o parzialmente dal genitore obbligato (che sia percettore o meno di assegni familiari), sarà senza dubbio contestabile l’ipotesi di violazione degli obblighi di assistenza familiare. Il genitore affidatario potrà sporgere denuncia querela nei confronti del genitore obbligato e potrà costituirsi parte civile nel processo penale. Resta salva la possibilità, a favore dell’indagato/imputato, di escludere la configurabilità del reato per assenza di dolo o per assenza della condotta materiale, dimostrando il prevenuto di avere correttamente adempiuto al mantenimento.
Nei casi in cui, invece, la somma stabilita dal Tribunale civile venga pagata dal genitore obbligato, anche mediante corresponsione diretta degli assegni familiari, occorrerà verificare la sussistenza o meno di un vincolo matrimoniale fra i genitori e di eventuali specifiche disposizioni giudiziali civili.
È utile ricordare infine (in considerazione della circostanza ben nota per la quale tali vicende processuali si inseriscono, sovente, in situazioni di difficoltà economica di uno o entrambi i genitori) che sia il genitore obbligato, che si trovi nella veste di indagato o imputato, sia il genitore affidatario, che intenda costituirsi parte civile, possono accedere al beneficio del Patrocinio a spese dello Stato, previa valutazione della sussistenza di tutte le condizioni stabilite dalla legge.

Anche le vessazioni psicologiche ripetute e cagionanti una intensa sofferenza morale configurano il reato di maltrattamenti ex art. 572 c.p.

La Corte di Cassazione ha ribadito, con la sentenza n. 20126 del 14 maggio 2015, il principio per cui il reato di maltrattamenti in famiglia non si configura soltanto in casi di violenze fisiche, ingiurie, minacce o privazioni, ma anche in tutti i casi in cui le vessazioni inflitte alla vittima abbiano natura esclusivamente psicologica.
Nel caso concreto esaminato, dalla Corte, è stato evidenziato come le condotte dell’imputato (manifestatesi in accuse insistenti e quotidiane di presunte infedeltà; nell’uso di espressioni offensive insinuanti tradimenti; nell’ispezione dei beni personali della moglie e nel controllo ossessivo dei suoi spostamenti; nell’ostacolare l’attività lavorativa della donna, quale possibile luogo di incontro con altri uomini), tutte dettate da un sentimento di accecante e ingiustificata gelosia, rappresentassero una forma di grave prevaricazione dei confronti della persona offesa e fossero causa di perduranti sofferenze morali nei confronti della vittima.
La Suprema Corte, dunque, ancora una volta ha sottolineato che la fattispecie in esame non sia da ritenersi configurata solo laddove vi siano comportamenti “visibili” ed eclatanti (per l’appunto, le percosse; le lesioni; le minacce; le ingiurie), ma anche quando vi siano manifestazioni di gelosia morbosa, tali da rendere insostenibile, sotto il profilo sia morale che psicologico, la vita della vittima di reato, nella quale viene ingenerato uno stato di tensione, ansia e sofferenza costanti.
Ciò che ancora una volta è stato ribadito dai Giudici di legittimità, è la circostanza per cui non si può ritenere sussistente il reato ex art. 572 c.p. nei soli casi in cui le violenze siano espresse nelle forme più facilmente riconoscibili, come nei casi di percosse, lesioni, minacce esplicite; ma anche in tutte le (innumerevoli e frequenti) situazioni in cui sono attuate forme di violenza e prevaricazione più subdole, ma non meno gravi, come per l’appunto il controllo ossessivo degli spostamenti, delle frequentazioni, delle comunicazioni della vittima di reato, sottoposta a uno stato di vera e propria privazione di libertà: negli spostamenti, nelle comunicazioni, nelle frequentazioni amicali, nello svolgimento di una propria attività lavorativa.

Maltrattamenti in famiglia: occorre la prova dell’abitualità delle condotte e della soggezione della vittima. Corte di Cassazione, Sezione VI Penale, sentenza n. 30903/2015

Con la sentenza n. 30903, depositata il 16 luglio 2015, la Corte di Cassazione ha ribadito alcuni principi fondamentali perché possa ritenersi integrato il delitto di maltrattamenti in famiglia, di cui all’art. 572 c.p.

Come da giurisprudenza consolidata, la Suprema Corte ha in primo luogo evidenziato che per la consumazione del reato occorre la sussistenza di condotte abituali, dunque realizzate in momenti successivi nel tempo, inserite nel contesto di una volontà unitaria e volta a ledere l’integrità fisica o morale della vittima, tanto gravi da infliggere al soggetto passivo del reato molteplici e reiterate sofferenze, idonee a determinare una condizione di vita opprimente e umiliante.

Si legge nella pronuncia: “Ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 572 cod. pen. la materialità del fatto deve consistere in una condotta abituale che si estrinsechi con più atti che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un’unica intenzione criminosa di ledere l’integrità fisica o morale del soggetto passivo infliggendogli abitualmente tali sofferenze. Per ritenere raggiunta la prova dell’elemento materiale di tale reato, dunque, non possono essere presi in considerazione singoli e sporadici episodi di percosse o lesioni, né un eventuale precedente specifico, che può valere soltanto per la valutazione della personalità dell’imputato agli effetti della determinazione della pena da infliggere in concreto. …. Ne discende che il reato in esame, configurando un’ipotesi di reato abituale che si caratterizza per la sussistenza di una serie di fatti che isolatamente considerati potrebbero anche essere non punibili, si consuma nel momento e nel luogo in cui le condotte poste in essere divengono complessivamente riconoscibili e qualificabili come maltrattamenti (Sez. 6, n. 43221 del 25/09/2013, dep. 22/10/2013, Rv. 257461) … Deve altresì ribadirsi che nel reato di cui all’art. 572 cod. pen. deve escludersi che la compromissione del bene giuridico protetto si verifichi in presenza di semplici fatti che ledono ovvero mettono in pericolo l’incolumità personale, la libertà o l’onore di una persona della famiglia, essendo necessario, per la configurabilità del reato, che tali fatti siano la componente di una più ampia ed unitaria condotta abituale, idonea ad imporre un regime di vita vessatorio, mortificante e insostenibile”.

La Corte di Cassazione ha evidenziato, inoltre, la necessità che siano forniti dettagli specifici in merito non solo alla precisa scansione temporale delle condotte lesive, imprescindibile per ravvisarne la natura di abitualità, ma anche alla gravità e alle specifiche modalità delle stesse, al fine di verificare la sussistenza dello stato di soggezione psicologica della vittima, quale ulteriore condizione per la sussistenza del reato.

A tale riguardo la Suprema Corte ha ribadito la necessità che vi sia “una precisa delineazione delle ragioni giustificative della ritenuta abitualità della condotta delittuosa, la cui estensione temporale dovrebbe a tal fine essere compiutamente individuata e specificata, chiarendo altresì le note modali e la effettiva consistenza dei comportamenti nel tempo assunti dall’imputato, unitamente ai tratti caratterizzanti lo stato di soggezione ed inferiorità psicologica che si sarebbe venuto a determinare nella vittima quale effetto degli atti di prevaricazione sistematicamente commessi dal soggetto attivo”.

Tale pronuncia appare significativa per un duplice ordine di motivi.

Da una parte, infatti, stabilendo condizioni ben precise e limiti e ineludibili, ai fini del giudizio in merito all’eventuale riconoscimento di responsabilità penale dell’imputato, la Corte ha ancora una volta richiamato l’attenzione sui fondamentali principi di giustizia e legalità, a tutela di chi è chiamato a rispondere del reato di maltrattamenti.

Dall’altra, la sentenza in commento evidenzia la necessità che gli elementi di prova assunti siano non solo ben scansionati sotto il profilo cronologico, ma anche completi nella descrizione della modalità del fatto e delle circostanze del reato, con un richiamo specifico alle conseguenze psicologiche delle condotte commissive o omissive.

In questo senso la decisione della Corte rappresenta un invito per tutti gli operatori del diritto, chiamati a raccogliere i racconti delle vittime di maltrattamenti e a trasfonderli in atti di formale denuncia querela, a porre particolare attenzione agli aspetti sopra evidenziati, pur nelle difficoltà che tale attività comporta. È ben noto, infatti, come la ricostruzione di vicende connotate dal ripetersi di eventi che spesso si sovrappongono per tipologia o gravità, che si collocano lungo intervalli temporali anche particolarmente estesi e che non di rado sono oggetto di processi psichici di rimozione delle stesse vittime richieda tempo, prudenza e rispetto per chi tali violenze ha subito.

Maltrattamenti

Il reato di maltrattamenti in famiglia

L’art. 572 del codice penale italiano prevede che commette tale reato “chi maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte”.
La pena prevista è la reclusione da due a sei anni, a seconda delle circostanze concrete del caso e della valutazione del Tribunale. La pena è aggravata se l’autore del reato cagiona alla propria vittima lesioni gravi (in tal caso la pena stabilita è la reclusione da quattro a nove anni) o gravissime (da dodici a ventiquattro anni).

In concreto: quando si compie il delitto di maltrattamenti?

Il reato di maltrattamenti si colloca all’interno di una relazione personale: si può trattare di un legame di tipo matrimoniale, di convivenza, di parentela, oppure di una situazione di affidamento (di un soggetto, solitamente più debole, ad un altro) per motivi di custodia, professionali o di studio.
È importante sottolineare che la tutela prevista dallo Stato nei confronti di soggetti “deboli” è la medesima sia nei casi di legame matrimoniale sia nelle ipotesi di convivenza.
Il delitto in questione è “a forma libera”: si configura quando l’autore di reato esercita sulla persona offesa forme di violenza fra loro anche estremamente diverse (umiliazioni, ingiurie minacce; percosse; lesioni; limitazioni della libertà personale – la vittima può essere privata della possibilità di lavorare; di recarsi in luoghi determinati; può essere controllata nei propri spostamenti; le può essere impedito di uscire di casa; e così via), ma tutte unificate dalla volontà di soggiogare e controllare la vittima di reato, nei cui confronti si determina una condizione costante e dolorosa di soggezione e paura.
La condotta deve essere abituale, cioè deve consistere in comportamenti ripetuti nel tempo; un singolo episodio di violenza fisica, o verbale, non integra il reato di maltrattamenti.
Piuttosto, il delitto di cui all’art. 572 c.p. si realizza quando le condotte maltrattanti (gli atti di violenza, sopruso, ingiuria, e così via) ricorrono sistematicamente nel tempo, con frequenza maggiore o minore, eventualmente anche se intervallate da periodi di “tranquillità”.

Scrive la Suprema Corte:
Il reato di maltrattamenti in famiglia è integrato dalla condotta dell’agente che sottopone la moglie e i familiari ad atti di vessazione reiterata e tali da cagionare sofferenza, prevaricazione ed umiliazioni, in quanto costituenti fonti di uno stato di disagio continuo ed incompatibile con le normali condizioni di esistenza. … Rilevano infatti, entro tale prospettiva, non soltanto le percosse, le lesioni, le ingiurie, le minacce, le privazioni ed umiliazioni imposte alla vittima, ma anche gli atti di disprezzo e di offesa arrecati alla sua dignità, che si risolvano nell’inflizione di vere e proprie sofferenze morali. … Si consideri la costante linea interpretativa al riguardo tracciata da questa Suprema Corte, allorquando pone l’accento sulla sottoposizione dei familiari ad atti di vessazione continui e tali da cagionare agli stessi sofferenze, privazioni, umiliazioni, che costituiscano fonte di uno stato di disagio continuo ed incompatibile con normali condizioni di esistenza” (Cassazione penale, sez. VI, Sent. 4849 del 20/01/2015).

Come chiedere aiuto?

Chi è vittima di maltrattamenti può rivolgersi direttamente e personalmente alle Forze dell’Ordine, per sporgere denuncia querela. Questa può essere presentata alle Forze dell’Ordine anche da terzi (vicini, conoscenti, amici, familiari della vittima…) che in qualche modo abbiano avuto conoscenza di tali condotte illecite; il reato di maltrattamenti in famiglia infatti è procedibile d’ufficio e non è richiesto che la segnalazione del fatto nasca esclusivamente dalla persona offesa.
È possibile, in alternativa, rivolgersi ad un professionista, che potrà fornire assistenza e consulenza legale sia nella fase iniziale di redazione dell’atto denuncia querela, sia nelle fasi successive del procedimento.

L’assistenza economica della vittima del reato di maltrattamenti

La legge italiana (D.P.R. 155/2002) prevede, in generale, che chi percepisce un reddito non superiore a € 11.369,24 annui (al 2015) possa usufruire del patrocinio per i non abbienti, per mezzo del quale – dietro presentazione di apposita istanza e di previo decreto di ammissione del Giudice – le spese di assistenza legale sono sostenute dallo Stato.
Le vittime di alcuni delitti, fra i quali il reato di maltrattamenti in famiglia, ex art. 572 c.p., e di violenza sessuale, ex art. 609 bis c.p., tuttavia, possono essere ammesse al patrocinio a spese dello Stato, indipendentemente dalle condizioni di reddito. In questo modo lo Stato estende la tutela delle vittime di maltrattamenti anche agli aspetti più pratici, quali quelli economici, impedendo che eventuali difficoltà economiche impediscano alla vittima di esercitare la legittima richiesta di intervento sul piano giudiziario.
Tuttavia, la stessa legge prevede che le vittime di alcuni reati gravi (fra i quali, per l’appunto, il reato ex art. 572 c.p.) possano essere ammesse al patrocinio a spese dello Stato indipendentemente dalle condizioni di reddito. In questo modo lo Stato garantisce alle vittime di maltrattamenti la tutela più ampia, anche sotto il profilo economico, impedendo che un’eventuale condizione di difficoltà patrimoniale diventi un ostacolo inaccettabile alla legittima esigenza di tutela.
Chi intende accedere al patrocinio per i non abbienti, pertanto, avrà cura di segnalare la propria condizione economica al difensore, al fine di predisporre l’apposita istanza di ammissione al beneficio.